L'arrivo a Jogja, pronunciato giog-gia dai locali, fila liscio come l'olio. Il tipo dell'airbnb, Nono, organizza un trasporto per recuperarci all'aeroporto di pomeriggio. La casa è in un quartiere calmo fuori dal centro. Lo standard è definitivamente sceso rispetto a Bali per prezzi equivalenti. La coppia che lo tiene è indo-catalana, e all'arrivo chiaccheriamo un po' con questa spagnola che ha scelto di installarsi qui. La sera testiamo il ristorantino di strada che abbiamo giusto affianco e che troviamo molto buono ed economico. Approvato: per il resto del soggiorno cena sempre qui! L'indomani decidiamo di fare un giro in centro. Prima di iniziare la nostra passeggiata Nono ci porta in un negozio di batik, dove troviamo una selezione molto diversificata e con bellissime opere e colori. Ci lasciamo sedurre anche dallo stile commerciale del venditore che ci lascia in pace per ben un'ora mentre valutiamo cosa ci piace di più. Ogni tela ha una lettera che corrisponde ad un prezzo, non sono a buon mercato ma sono proprio belli. Ne scegliamo due e ci prepariamo a chiedere uno sconto quando il tipo ci propone senza che apriamo bocca di farceli al prezzo della lettera inferiore, scendendo più dello sconto che volevamo richiedere... tecnica che funziona, sul momento ci lasciamo convincere e ripartiamo coi tessuti. Scopriremo che abbiamo pagato qualcosa come il doppio del valore. Siamo proprio dei turisti. Almeno i tessuti ci piacciono un sacco, consoliamoci così.
Dal negozio proseguiamo verso il palazzo del sultano, pare che ci viva ancora. In strada non ci si può fidare di nessuno, in molti provano a guidarci verso fantomatiche mostre di batik del sultano, o indicano la via per il palazzo per poi ritrovarsi casualmente sul cammino e esortarci a visitare la loro galleria. Finita l'era di Bali, bisogna sapere dove si va, o almeno fingere bene. Altra nuova situazione, molti turisti indonesiani che vengono a visitare la città non hanno mai visto dei bianchi e hanno tutti uno smartphone con fotocamera. Quando va bene ci perseguitano e rincorrono (soprattutto Jade) per chiedere un selfie, quando va male ti fotografano appena ti incrociano senza chiedere niente facendoti sentire un animale strano. Il fatto perturbante è che costituiscono il grosso della folla e non puoi muoverti senza sentirti osservatissimo. Dopo il disagio iniziale inizio a fissare negli occhi coloro che guardano insistentemente fino a farli sentire osservati a loro volta, spesso distolgono lo sguardo o sorridono un po' a disagio.
Anche per il resto, Java potrebbe essere chiaramente in un altro paese rispetto a Bali: i templi induisti cedono rispetto alle moschee, i succhi di frutta che trovavamo ovunque a Bali sono meno presenti e sostituiti da tè molto zuccherati che fanno pensare ai paesi arabi, la maggior parte delle donne ha il velo, ma capita anche di vedere gruppi di donne misti dove alcune non lo portano.
Una specialità del posto è il batik, non solo su tessuti ma anche sul legno. Decidiamo di andare al vicino villaggio di Krebet dove vivono gli artigiani che fabbricano degli oggetti tipici. Chiamiamo un grab (l'uber di qui) e chiediamo all'autista che si chiama Wintolo di aspettarci una volta arrivati per riportarci. Non parla inglese ma fa molti sforzi e instauriamo un simpatico dialogo. A fine giornata capiamo che non aveva capito quanto gli stavamo proponendo, ma apparentemente era sicuro che gli avremmo dato molto meno perché quando gli diamo i soldi è felicissimo e non smette di ringraziarci per la giornata passata insieme. Almeno abbiamo fatto qualcuno contento :) Al villaggio di artigiani siamo gli unici turisti e tutti ci guardano con gli occhi fuori dalle orbite. Troviamo una famiglia a lavorare in un atelier le cui condizioni sono minime, tutti lavorano accovacciati per terra, con le mani nelle vernici chimiche, e col fumo di un fuoco che brucia in permanenza per avere l'acqua calda che discioglie la cera... siamo proprio fortunati in Europa.
Quando entriamo nei negozietti i commercianti ci fanno delle foto a testimonianza del fatto che dei bianchi sono venuti fino al loro negozio. Una in particolare è una nostra grande fan, fa un video del nostro ambarabaciccicoccò necessario a scegliere una coppia di maschere di legno tra due possibilità. Quando ripartiamo ci fa ciao ciao e ci manda dei bacini. Niente di meglio di una giornata un po' più autentica fuori dalle principali attrazioni turistiche, che dobbiamo ancora visitare! Le grandi attrazioni qui sono due templi, uno buddista a Borobudur, e uno induista a Prambanan. Ci spostiamo a Borobudur dove alloggiamo per una notte in una stanza tutta strana piena di addobbi colorati ma a cui manca una parete sul lato e quindi piena di zanzare, installazione d'urgenza della zanzariera! Il pomeriggio lo passiamo a visitare alcuni templi minori in zona, mentre l'indomani lo riserviamo al gigantesco Borobudur. Passeremo la notte in bianco a causa dell'incredibile varietà di rumori che provengono dall'esterno: traffico, galli, combattimento di gatti, la chiamata delle moschee di mezzora alle 4 del mattino... Smettiamo di fare finta di dormire e andiamo all'apertura del tempio alle 6. Prendiamo una guida che ci spiega le basi di questa costruzione a piramide sovrastata da enormi stupe a forma di campane, dentro le quali meditano (o dormono?) dei Buddha. Quando salutiamo la guida sono ormai le 7 e pullula di scolaresche, iniziano le prime domande di selfie, scappiamo dalla piramide! Da una collinetta un po' più in là riflettiamo freddamente alla cosa e ci diciamo, dopo tutto questa ossessione che hanno per noi è l'occasione per rompere il ghiaccio e fare foto di questo popolo in tutta la sua diversità. Torniamo sulla piramide col solo scopo di fare foto con gente, chiunque ci chieda sarà soddisfatto... a una condizione: che prima si faccia fare una foto da noi! Sono stupende le facce spiazzate quando alla loro domanda "foto?" rispondiamo "ok!" e li inquadriamo nel nostro obbiettivo. Poi ovviamente facciamo una foto con loro... Dopo aver iniziato non si smette più, altri gruppi vedono che ci facciamo fotografare e restano a fare la fila e/o provano a sorpassare gli altri. Passiamo una mezzora non-stop. Alcuni sono simpatici, altri meno. Alcuni timidi, soprattutto i ragazzi, al contrario delle ragazze. Certi (pochi) sono così a disagio da trattenere addirittura il respiro e tirare un sospiro di sollievo del tipo "mi è costato tanto ma è passato". Altri gruppi ancora si fanno fare la foto da noi ma dall'emozione si scordano di scattarla con la loro macchina fotografica. È ora di tornare all'hotel per fare colazione e tornare a Jogja. Nono, l'indonesiano proprietario dell'alloggio a Jogja, ha talmente insistito che abbiamo accettato che suo fratello ci porti qui ieri, e che ci riprendano facendo un ritorno passando da alcuni suoi familiari in campagna. Con grande stupore lo vediamo sbarcare in anticipo con un fotografo professionale che inizia a mitragliarci mentre facciamo colazione. Urge un chiarimento, che significa sta cosa? Gli spiego gentilmente ma con tono fermo che avrebbe dovuto parlarne con noi prima. Si scusa e ripiega offrendo che se ci facciamo fare le foto il rientro con lui e le visite in giro saranno gratis. Così va meglio... Ci porta quindi al paesino da cui proviene. Ci fermiamo a vedere un tipo che distilla l'olio di garofano, più o meno come fanno il tofu e il tempe a partire dalla soia, e lo zucchero di palma a partire dalla linfa delle piante. Ci offrono poi un pranzo composto da verdure bollite e tofu e tempe fritti, prima di rientrare a Jogja.
L'ultimo giorno torniamo a fare un giro nel centro al mercato. Ci fermiamo in un ristorantino di strada e la proprietaria ci fa delle foto mentre mangiamo, come al solito! Duro essere famosi!
Poi prendiamo un grab per visitare Prambanan, il tempio induista. Con la guida scopriamo due o tre cose su questa complicatissima religione. Attendiamo il tramonto in questa atmosfera particolare.
L'indomani un treno di circa 8 ore ci porta a Jakarta, dove staremo qualche giorno da Maui, il figlio della famosa Marie Louise.